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BEPPE da Torino Ciao a tutti |
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Mi chiamo Giuseppe (anzi, Giuseppe Francesco, ma preferisco Beppe: si
fa prima…), vivo in Canavese
(parte settentrionale della provincia di Torino, ai confini con la
Valle d’Aosta), ho 56 anni e sono affetto dalla CMT 1A, anche se lo so solo da pochi
anni.
In
realtà mi porto addosso i
sintomi fin dalla prima infanzia: imbranato nei movimenti, instabile
nell’equilibrio, perennemente designato a fare
l’arbitro nelle partite di calcio in strada coi compagni
d’infanzia. Vedo mio padre, mio zio e qualche mio cugino con
problemi alle caviglie: è una caratteristica della nostra
famiglia, l’abbiamo ereditato dalla mia bisnonna…
e non c’è da farci caso!
Il
periodo dell’adolescenza passa senza grossi problemi: gli
anni della scuola sono caratterizzati dal costante esonero dalle
lezioni di educazione
fisica per “malformazione congenita agli arti
inferiori”, da discreti risultati nello studio (dopo un
difficoltoso avvio) e da buoni rapporti con i compagni: riesco ad
ovviare all’imbranataggine fisica con vivo impegno nelle
attività extrascolastiche.
Conseguito
con successo l’agognato diploma (votazione 60/60), riesco rapidamente a trovare
lavoro, anche grazie alla dichiarazione di invalidità che
nel frattempo ho ottenuto da una commissione medica da operetta: la
diagnosi parla di “piede piatto bilaterale”. Questa
assurda diagnosi mi darà poi parecchi problemi fino a che
non riuscirò ad averne una più sensata che parla,
tra l’altro, di “… deformità
bilaterale dei piedi in equinismo
e varismo…”.
In
quel periodo mi appassiono alle escursioni in montagna: non scalate, ma
lunghe camminate con gli amici per sentieri e mulattiere. Salire non
è un problema: un po’ di allenamento
per il fiato e poi via! Ma
il problema è nella
discesa: le mie caviglie mal sopportano l’inevitabile
insaccamento e devo fare frequentissime soste. Sono costretto ad
anticipare l’inizio del rientro rispetto ai compagni di escursione, per poi essere
raggiunto, superato e farmi attendere alle macchine parcheggiate a
valle… Poi, sempre per i problemi alle caviglie, ormai non
più in grado di assorbire i contraccolpi dei passi in
discesa, devo abbandonare questa passione: arrivare al parcheggio e
limitarmi a guardare da lontano le montagne è
insopportabile! Meglio lasciar perdere completamente.
All’età
di 33 anni conosco la ragazza giusta: me la sposo e inizio con
entusiasmo la nuova vita, presto allietata dalla nascita di una figlia.
Purtroppo
le mie condizioni fisiche continuano pian piano a peggiorare. Alla
soglia dei 45 anni sono costretto a camminare con una stampella
perché la caviglia destra stenta a reggermi. Gli ortopedici,
che fin’ora
mi avevano sconsigliato
la chirurgia (“vai avanti finché puoi…
questo tipo di interventi non dà garanzie”) ora
cambiano parere, tanto peggio di così… Comincio
quindi un giro di visite presso diversi chirurghi ortopedici fino a che
uno di questi, il professor Garelli,
avanza un sospetto di “sindrome di Charchot-Marie-Tooth”
e mi prescrive un esame elettromiografico
per una valutazione in merito. L’esame conferma il sospetto
dell’ortopedico e questo, consultandosi con uno specialista
neurologo, mi sottopone ad un idoneo intervento chirurgico. Quattro ore
di sala operatoria, tre mesi di gesso ed una lunga riabilitazione mi permettono di buttare via la
stampella e tornare a camminare quasi normalmente (anche se non torno
in montagna). In ogni caso il bilancio di questa
esperienza è fortemente positivo: non
solo ho risolto il problema della deambulazione ma ora il mio problema
ha un nome: “sindrome di Charchot-Marie-Tooth”
e non è più quella strana caratteristica della
mia famiglia.
Questa
consapevolezza mi cambia la visuale di vita: ora so qual è
il mio problema. In pratica però il cambiamento è
solo per me: io so dare un nome a questo problema ma purtroppo
è un problema che conosco solo io. Alla maggior parte dei
medici suona completamente nuovo, altri conoscono il nome, hanno una
vaga idea della natura della malattia ma nessun suggerimento valido.
Uno
spiraglio si apre nel 2003 quando vengo
indirizzato al dottor Grosso, un genetista dell’Ospedale San
Giovanni Battista di Torino, che mi sottopone ad una indagine sul DNA e
mi certifica “… la duplicazione
all’interno della regione 17p11.2-17p12, compatibile con la
malattia di Charcot-Marie-Tooth
tipo 1 A.”. Questa certificazione mi dà qualche
vantaggio (ad esempio l’esenzione dai ticket su visite
ambulatoriali ed esami di laboratorio, il cartellino giallo per il
parcheggio) ma nulla più. Resta immutata l’assenza
di qualsiasi terapia. Le mie ricerche danno scarsi esiti: so di un
centro specialistico a Genova ma pare irraggiungibile e fuori dalla mia
portata… meglio lasciar perdere.
Un
giorno di maggio 2007, mentre traffico in casa con la compagnia della
TV accesa, la mia attenzione viene
attratta dalla conclusione di uno strano spot : viene
menzionata la malattia di Charcot-Marie-Tooth.
Purtroppo non faccio in tempo ad annotarmi il recapito, ma la strada
è ora aperta. Con un po’ di attenzione
riesco a rimediare ad un nuovo passaggio
dello stesso spot e ad annotarmi il contatto con ACMT-Rete.
Visito il sito trovando una ricca fonte di
informazioni, vedo un forum particolarmente
interessante con tante persone che manifestano le mie stesse esperienze
ed i miei problemi: non sono più solo! Invio una
e-mail
per un primo contatto
e subito ricevo la risposta di Fiore che mi parla della sua vita a
Torino (quindi non lontano da me) e delle sue difficoltà,
simili alle
mie.
Ora la mia vita è cambiata: la CMT non è
più una “cosa misteriosa” ma un problema
di tanti. Ora il mio passo è ancora traballante ma, al tempo
stesso, più sicuro perché so che tanti altri
traballano come me. Partecipo con entusiasmo al congresso del 2007 a
Cesenatico, portando con me moglie e figlia: una
esperienza indimenticabile a contatto con gente
meravigliosa che quotidianamente affronta le mie stesse
difficoltà! In macchina, durante il viaggio di ritorno, mia
figlia esprime il desiderio di fare il test sul DNA per conoscere la
sua situazione: fin’ora
aveva sempre evitato di affrontare il problema data l’assenza
di chiari sintomi… Mi affretto
ad organizzare il test presso lo stesso Centro che ha eseguito il mio e
poco prima di Natale ricevo un magnifico regalo: la diagnosi di mia
figlia sentenzia che “… non ha la CMT e non
può trasmetterla ai figli”: e vai!...
Beppe
…
E ALLORA
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