Un passo avanti nella ricerca sulla CMT2A: il potenziale dei biomarcatori e il valore del contributo dei pazienti

La ricerca scientifica sulla malattia di Charcot-Marie-Tooth di tipo 2A (CMT2A) ha raggiunto un traguardo promettente volto a migliorare la gestione clinica e lo sviluppo di nuove terapie. La patologia, essendo a progressione lenta, rende complesso monitorare l’efficacia dei potenziali trattamenti utilizzando solo le tradizionali valutazioni cliniche. Per questo motivo, un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Scientific Reports dall’equipe dell’Università di Milano guidato dalla Prof.ssa Stefania Corti si è concentrato sulla ricerca di specifici “biomarcatori” nel sangue. L’utilizzo di prelievi ematici rappresenta un approccio fondamentale, in quanto offre un’alternativa minimamente invasiva rispetto alla puntura lombare e risulta molto più adatto per eseguire valutazioni ripetute nel tempo. Lo studio, promosso dalla nostra associazione, ha analizzato i livelli di quattro specifiche proteine sieriche (NfL, FGF21, NCAM1 e GDF15) per valutarne l’utilità come indicatori diagnostici e di monitoraggio della patologia.
I risultati chiave: l’importanza della proteina NfL
I risultati più significativi della ricerca riguardano i neurofilamenti a catena leggera (NfL), proteine che costituiscono l’impalcatura strutturale dei nervi periferici e che vengono rilasciate nel sangue in caso di danno nervoso. Lo studio ha dimostrato che i livelli sierici di NfL sono significativamente più elevati nei pazienti con CMT2A rispetto alle persone sane, un dato confermato parallelamente anche in modelli animali di laboratorio. Un aspetto di grande rilevanza clinica è la capacità di questo biomarcatore di supportare la diagnosi differenziale. I ricercatori hanno osservato che i pazienti con CMT2A presentano livelli di NfL superiori a quelli riscontrati nei pazienti con Atrofia Muscolare Spinale di tipo 3 (SMA3), ma inferiori rispetto a quelli affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Questa precisa distinzione suggerisce che l’NfL possa aiutare i medici a distinguere la CMT2A da altre malattie neuromuscolari che presentano quadri clinici sovrapponibili. L’analisi ha inoltre evidenziato una forte correlazione tra i livelli di NfL e l’età. Si è riscontrato che i livelli di questa proteina sono più alti nei pazienti più giovani e in coloro che hanno avuto un’insorgenza precoce della malattia. Questo dato indica che nelle forme infantili o giovanili potrebbe verificarsi un danno assonale più aggressivo nelle prime fasi della vita, seguito da una successiva stabilizzazione. Sebbene non sia emersa una correlazione diretta tra l’NfL e gli attuali punteggi clinici di gravità della malattia o i parametri elettrofisiologici, la sua misurazione si conferma un indicatore prezioso del carico di malattia iniziale.
Il ruolo dell’FGF21 e lo stress mitocondriale
La ricerca ha inoltre rilevato livelli significativamente più elevati della proteina FGF21 nei pazienti con CMT2A rispetto ai controlli sani. L’FGF21 è riconosciuto dalla comunità scientifica come un importante indicatore di “stress mitocondriale”. Poiché la CMT2A è causata proprio da mutazioni nel gene MFN2 che compromettono il corretto funzionamento dei mitocondri, l’aumento di questo biomarcatore evidenzia ulteriormente gli effetti sistemici della disfunzione mitocondriale alla base della patologia. Tuttavia, i livelli di FGF21 non hanno mostrato correlazioni con la progressione clinica, indicando che la sua utilità primaria risiede nell’evidenziare la natura biologica del danno più che nel monitorare il decorso della malattia nel tempo.
Le proteine NCAM1 e GDF15
A differenza di quanto osservato in altri studi su diverse forme di Charcot-Marie-Tooth, la ricerca non ha rilevato differenze significative nei livelli delle proteine NCAM1 e GDF15 tra i pazienti con CMT2A e i gruppi di controllo. I ricercatori ipotizzano che questa differenza possa derivare dal fatto che l’aumento di NCAM1 sia un tratto distintivo delle forme demielinizzanti di CMT, mentre la CMT2A è una patologia primariamente assonale. Inoltre, fattori come la naturale variazione dei livelli di GDF15 in base all’età potrebbero aver influito sui risultati, rendendo necessari studi futuri su campioni numericamente più ampi.
Conclusioni e valore per il futuro
In conclusione, lo studio suggerisce l’utilizzo dei livelli sierici di NfL come promettente biomarcatore per quantificare il danno ai nervi nella CMT2A e conferma l’utilità dell’FGF21 nel tracciare le anomalie mitocondriali. L’identificazione di parametri oggettivi misurabili tramite un esame del sangue pone basi solide per perfezionare gli iter diagnostici e per facilitare la valutazione delle future terapie sperimentali nei trial clinici.
Questa pubblicazione non sarebbe stata possibile senza la partecipazione di quindici pazienti appartenenti a dodici diverse famiglie. Grazie a questa collaborazione, non solo è stato possibile testare i biomarcatori, ma i ricercatori hanno anche identificato tre varianti genetiche inedite associate alla patologia (p.Ile88Val, p.Lys243Met e p.Leu733Pro), ampliando il quadro delle conoscenze mediche a disposizione della scienza. Un risultato che dimostra come l’impegno congiunto di clinici, ricercatori e pazienti rappresenti il motore principale per l’avanzamento della ricerca.