Maastricht 2026: la ricerca sulla CMT si avvicina sempre di più alla vita dei pazienti

Dal 13 al 16 giugno 2026 Maastricht ha ospitato l’Annual Meeting della Peripheral Nerve Society, uno dei principali congressi internazionali dedicati alle neuropatie periferiche. Il meeting ha riunito ricercatori, clinici, esperti di riabilitazione, industria, network scientifici e associazioni di pazienti, con sessioni specifiche dedicate alla Charcot-Marie-Tooth e alle neuropatie ereditarie correlate.
Per ACMT-Rete, Maastricht è stata un’occasione importante non solo per seguire gli sviluppi della ricerca, ma anche per portare al centro della discussione il punto di vista dei pazienti e il tema della presa in carico concreta. Filippo Genovese ha partecipato nella doppia veste di referente scientifico di ACMT-Rete e di Presidente della European CMT Federation (ECMTF), contribuendo al dialogo tra mondo scientifico, associazioni e comunità dei pazienti. Ha inoltre moderato il Patient Panel Coffee Chat, uno dei momenti più significativi del congresso per il coinvolgimento diretto delle persone che convivono con una neuropatia periferica.

Questo articolo riassume, in linguaggio semplice, i principali filoni di ricerca presentati a Maastricht, concentrandosi sulla CMT e sulle neuropatie periferiche ereditarie correlate.
Genetica e diagnosi: dare un nome preciso alla malattia
Uno dei messaggi più forti emersi dal congresso è che la CMT non è una sola malattia. È un grande gruppo di neuropatie ereditarie, causate da alterazioni in molti geni diversi. Conoscere il sottotipo genetico non serve solo a “mettere un’etichetta”: può aiutare a capire meglio l’evoluzione della malattia, orientare il follow-up, offrire consulenza familiare e, sempre più spesso, individuare studi clinici o terapie sperimentali adatte a uno specifico sottotipo.
Nel supplemento degli abstract del PNS 2026, la sezione dedicata al Charcot-Marie-Tooth and Related Neuropathies Consortium includeva numerosi lavori su diagnosi genetica, nuove varianti, registri, storia naturale e trial readiness. Alcuni studi hanno descritto nuovi geni o ampliato il quadro clinico di geni già noti, come NARS1 e TUBB3, mostrando che alcune forme di CMT possono presentarsi in modo “classico”, mentre altre possono coinvolgere anche equilibrio, udito, sistema nervoso centrale o altri aspetti neurologici.
Altri lavori hanno mostrato come le tecnologie genetiche più avanzate possano aumentare la probabilità di arrivare a una diagnosi. In particolare, l’uso di pangenomi, sequenziamento a lettura lunga e strumenti di intelligenza artificiale è stato presentato come una possibile strada per trovare varianti genetiche difficili da individuare con i test tradizionali.
Il messaggio per i pazienti è concreto: un test genetico negativo o non conclusivo fatto anni fa potrebbe, in alcuni casi, meritare una rivalutazione presso un centro esperto, soprattutto se la storia familiare o il quadro clinico fanno pensare a una neuropatia ereditaria.
Modelli di laboratorio: studiare la CMT usando cellule umane
Molti studi presentati a Maastricht hanno riguardato i modelli di malattia. In passato, la ricerca si basava soprattutto su modelli animali. Oggi si stanno sviluppando anche modelli ottenuti da cellule umane, spesso derivate da cellule staminali create a partire da campioni dei pazienti.
Un esempio importante è lo sviluppo di “assembloidi” neuromuscolari: piccoli sistemi cellulari di laboratorio che cercano di riprodurre l’interazione tra neuroni, cellule di Schwann e muscolo. Questi modelli permettono di studiare come si formano e funzionano le connessioni tra nervo e muscolo, e come si sviluppano difetti di mielina o di comunicazione neuromuscolare nelle diverse forme di CMT.
Per i pazienti, questi studi non sono ancora una terapia, ma sono fondamentali perché aiutano a selezionare meglio i farmaci da testare. Più il modello di laboratorio assomiglia della malattia umana, maggiore è la probabilità che un trattamento promettente in laboratorio abbia senso anche in uno studio clinico.
Terapia genica: una strada promettente, ma ancora in sviluppo
Una sessione molto attesa è stata la lezione del Prof. Kleopas Kleopa sullo stato attuale della terapia genica per le neuropatie CMT. Il messaggio principale è che la terapia genica non è un’unica tecnica, ma un insieme di strategie diverse. In alcuni casi l’obiettivo è sostituire un gene che non funziona; in altri ridurre la produzione di una proteina presente in eccesso; in altri ancora silenziare una copia alterata del gene o correggere un meccanismo cellulare danneggiato.

Trattamenti sperimentali: non solo “curare il gene”, ma migliorare la funzione
Oltre alla terapia genica, a Maastricht sono stati presentati studi su farmaci e strategie sperimentali che cercano di migliorare il funzionamento del nervo, della mielina, dell’assone o del muscolo.
Alcuni lavori hanno riguardato l’inibizione di HDAC6, un bersaglio studiato perché coinvolto nel trasporto lungo gli assoni. In un modello di CMT legata a GDAP1, un farmaco sperimentale ha migliorato diversi parametri motori nei topi, sia prima sia dopo la comparsa dei sintomi. Altri studi hanno riguardato la CMT-SORD, una forma in cui l’accumulo di alcune sostanze come sorbitolo e xilitolo può essere misurato nel sangue e potrebbe aiutare sia nella diagnosi sia nella preparazione di futuri studi clinici.
Il messaggio generale è che probabilmente non ci sarà un unico farmaco valido per tutte le CMT. Alcuni trattamenti saranno mirati a specifici geni; altri potrebbero invece migliorare funzioni comuni, come la forza, la stabilità, la trasmissione neuromuscolare o la resistenza alla fatica.
Ignaseclant e studio SYNAPSE-CMT: un trattamento orale in fase di studio
Un paragrafo dedicato merita ignaseclant, precedentemente noto come NMD670, oggetto dello studio SYNAPSE-CMT. Secondo il comunicato di NMD Pharma, i dati dello studio di fase 2a sono stati presentati in una comunicazione orale late-breaking al PNS 2026. Lo studio ha valutato ignaseclant in adulti con CMT1 o CMT2 geneticamente confermata.
Ignaseclant non è una terapia genica. È un farmaco orale sperimentale che mira a migliorare l’attivazione del muscolo, agendo su un canale del cloro presente nel muscolo scheletrico. Lo studio era randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo; ha coinvolto 81 adulti deambulanti con CMT1 o CMT2, trattati per 21 giorni con follow-up fino al giorno 28.

Il test principale dello studio, il cammino dei 6 minuti, non ha mostrato un effetto del trattamento. Tuttavia, sono stati osservati segnali positivi in alcune misure secondarie, tra cui la scala funzionale CMT-FOM, la forza di presa della mano, il test dei 9 pioli e alcune misure degli arti inferiori. Gli eventi avversi riportati sono stati lievi o moderati, senza eventi gravi o interruzioni dello studio.
Per i pazienti, questo risultato va letto con prudenza. Non dimostra ancora un beneficio clinico definitivo, ma indica una possibile strada da approfondire con studi più lunghi e più ampi. È interessante perché potrebbe agire sulla funzione muscolare e non su un singolo gene, e quindi potrebbe essere rilevante per più sottotipi di CMT.
Misurare meglio la CMT: registri, scale e strumenti digitali
Per arrivare a terapie efficaci non basta avere un farmaco promettente. Bisogna anche saper misurare se quel farmaco funziona davvero. Questo è particolarmente difficile nella CMT, perché la progressione è spesso lenta, i sintomi cambiano molto da persona a persona e alcuni aspetti importanti della vita quotidiana non vengono sempre colti dai test tradizionali.
A Maastricht sono stati presentati lavori su scale cliniche, registri, strumenti digitali e valutazioni da remoto. Il registro olandese per la CMT, per esempio, è stato descritto come uno strumento utile per seguire i pazienti nel tempo, raccogliere dati su fatica, dolore, mobilità, vita quotidiana, partecipazione e qualità di vita, e facilitare l’identificazione di persone potenzialmente eleggibili per studi clinici.
Anche il network Inherited Neuropathy Consortium ha mostrato il valore di dati raccolti in modo standardizzato. Il consorzio collabora con associazioni di pazienti, tra cui ACMT-Rete e Telethon dall’Italia, con l’obiettivo di migliorare la conoscenza della CMT e creare collegamenti più forti tra pazienti, ricercatori e clinici.
Riabilitazione, ortesi e vita quotidiana: la ricerca che incide già oggi
La ricerca più vicina alla vita quotidiana dei pazienti è stata quella su cammino, equilibrio, cadute, ortesi, fatica, sonno, attività fisica e qualità di vita. Questi aspetti non sono secondari. Per molte persone con CMT, sono proprio questi elementi a determinare autonomia, scuola, lavoro, relazioni sociali e partecipazione.
Uno studio su bambini e adolescenti con CMT ha mostrato che plantari personalizzati erano associati a miglioramenti della velocità del cammino e della lunghezza del passo. Prima dell’uso dei plantari, diversi partecipanti riferivano instabilità di caviglia, cadute o inciampi; dopo l’introduzione dei plantari, questi problemi si erano ridotti in modo marcato.
Un altro studio ha valutato il Timed Up and Go, un test semplice in cui si misura il tempo necessario per alzarsi da una sedia, camminare, girarsi, tornare indietro e sedersi. Nei pazienti con CMT, tempi più lunghi erano associati a una maggiore gravità delle cadute; un valore di circa 10,6 secondi è stato indicato come possibile soglia per identificare le persone con rischio più elevato.
Anche fatica e sonno sono emersi come temi centrali. In uno studio pediatrico, l’80% dei bambini riferiva fatica e il 61% di quelli sottoposti a polisonnografia presentava un disturbo del sonno, tra cui apnee ostruttive o movimenti periodici degli arti. Gli autori hanno concluso che fatica e sonno dovrebbero essere valutati nella cura ordinaria dei bambini con CMT, soprattutto nei casi più severi.
La ricerca con l’impatto più immediato sulla vita dei pazienti
Tra i molti studi presentati, quelli con il potenziale impatto più diretto sulla vita quotidiana sono stati probabilmente quelli su cadute, cammino, fatica, sonno e riabilitazione personalizzata. Non sono necessariamente le ricerche più spettacolari dal punto di vista tecnologico, ma rispondono a problemi che i pazienti conoscono bene: paura di cadere, difficoltà a camminare a lung o, dolore, stanchezza, scarso recupero dopo lo sforzo, difficoltà a trovare ortesi adatte e programmi di esercizio sostenibili.
Gli studi su plantari, rischio di caduta, piattaforme stabilometriche e attività fisica co-progettata con famiglie e ragazzi mostrano una direzione chiara: la riabilitazione nella CMT deve essere personalizzata, misurabile, continuativa e realistica. Deve tenere conto della fatica, del dolore, della sicurezza, della motivazione e della vita familiare.
Questo punto è particolarmente importante per ACMT-Rete: mentre la ricerca farmacologica procede, la presa in carico riabilitativa resta oggi uno degli strumenti più concreti per preservare autonomia, prevenire complicanze e migliorare la qualità di vita.
Il Patient Panel Coffee Chat: la voce dei pazienti davanti ai ricercatori
Uno dei momenti più significativi del congresso è stato il Patient Advocacy Group Partners: Patient Panel Coffee Chat, indicato nel programma PNS come incontro aperto. (pnsociety.com) Il panel ha dato spazio a quattro persone con neuropatia periferica, che hanno portato la propria esperienza direttamente davanti a ricercatori, clinici e rappresentanti del mondo scientifico.

Filippo Genovese ha moderato insieme a Rich Collins di Inflammatory Neurpathies UK il confronto. Questo momento di confronto è stato emozionante e rilevante, perché la ricerca rischia spesso di concentrarsi su ciò che è più facile misurare, mentre i pazienti ricordano ciò che conta davvero: diagnosi tempestiva, accesso a centri esperti, riabilitazione, fatica, dolore, cadute, ortesi, impatto psicologico, lavoro, scuola, famiglia e prospettive future.
La presenza dei pazienti in un congresso scientifico non è un dettaglio simbolico. È un modo per migliorare le domande di ricerca, scegliere misure di risultato più significative e costruire studi clinici più vicini alla vita reale.
Il poster ACMT-Rete: il PDTA Lazio come modello per una presa in carico nazionale
ACMT-Rete ha presentato a Maastricht il poster “Charcot-Marie-Tooth Disease Clinical Pathway”, dedicato al PDTA della Regione Lazio per la CMT. Il poster propone il modello Lazio come percorso multidisciplinare per una diagnosi più precisa, una riabilitazione lungo tutto l’arco della vita e un accesso coordinato alle cure. Il messaggio finale è chiaro: il PDTA Lazio può diventare un modello riproducibile, con l’obiettivo di estenderlo progressivamente anche ad altre regioni italiane.
Nuove partnership: dal laboratorio alla vita reale
Un altro messaggio forte di Maastricht è che la ricerca sulla CMT non può avanzare in modo frammentato. Per trasformare una scoperta di laboratorio in un beneficio reale servono diagnosi genetiche, registri, centri preparati, scale di valutazione condivise, biomarcatori, riabilitazione strutturata, collaborazione con l’industria, dialogo con le istituzioni e coinvolgimento attivo dei pazienti.
In questo quadro, il ruolo delle associazioni diventa decisivo. ACMT-Rete è già riconosciuta tra le associazioni partner dell’Inherited Neuropathy Consortium, insieme ad altre realtà internazionali. Questo tipo di collaborazione aiuta a collegare pazienti, medici e ricercatori, e a costruire coorti più pronte per studi clinici futuri.
A livello europeo, il lavoro della European CMT Federation e della European CMT Research Association punta nella stessa direzione: costruire una rete stabile tra clinici, ricercatori, associazioni, professionisti sanitari, industria e policy maker. L’obiettivo non è organizzare singoli eventi isolati, ma creare un’infrastruttura europea capace di sostenere diagnosi più precoci, dati condivisibili, coorti pronte per i trial, misure di risultato affidabili e accesso più equo alle terapie future.
Il concetto “dal laboratorio al letto del paziente” significa proprio questo: una molecola promettente, un modello cellulare o una terapia genica non bastano da soli. Devono essere inseriti in un sistema capace di accompagnare la ricerca fino alla sperimentazione clinica, alla valutazione regolatoria, alla presa in carico e, un domani, all’accesso reale per i pazienti.
Cosa portiamo a casa da Maastricht
Il PNS 2026 ha mostrato una ricerca sulla CMT sempre più matura. La genetica sta diventando più precisa. I modelli di laboratorio stanno diventando più vicini alla malattia umana. Le terapie sperimentali, incluse terapia genica e farmaci mirati alla funzione muscolare o nervosa, stanno avanzando. Allo stesso tempo, cresce l’attenzione per ciò che incide oggi sulla vita dei pazienti: riabilitazione, ortesi, cadute, fatica, sonno, dolore, partecipazione e qualità di vita.
Per ACMT-Rete, il messaggio è coerente con il poster presentato a Maastricht: la ricerca deve procedere insieme alla presa in carico. Servono diagnosi più rapide, percorsi regionali e nazionali, riabilitazione continuativa, dati condivisi, trial clinici ben progettati e pazienti coinvolti fin dall’inizio.
La direzione è chiara: non ricerca “sui” pazienti, ma ricerca con i pazienti.
